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Languishing: l’emozione in cui non si provano emozioni - dicembre 2021

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Se c'è una cosa che il Covid-19 ci ha insegnato è che, in qualsiasi momento, la nostra vita può cambiare.
Con la pandemia abbiamo scoperto che la solita routine, considerata acerrima nemica, in fondo faceva funzionare le nostre esistenze grazie a un meccanismo ben collaudato. Invece la quotidianità di tutti i giorni, a tratti soffocante e che accusavamo di essere noiosa, di colpo è crollata su se stessa.
Quando la pandemia è entrata nelle nostre vite, in maniera dirompente e inaspettata, le emozioni e gli stati d’animo più diffusi sono stati ansia, rabbia. paura. La paura: un'apprensione forte, devastante e invisibile.
Gli studi riportano che, a oggi, la maggior parte della popolazione ha imparato a gestire tutto questo, ma ciò non significa che le persone stiano bene o siano addirittura appagate. Né felici, né tristi.
Nel 2005 lo psicologo e sociologo Corey Keyes , docente alla Emory University in Georgia, ha coniato per la prima volta il termine languishing per definire uno “stato di vuoto e stagnazione” che indica l’apatia e la rassegnazione di fronte alla realtà e che rimanda a un’inattività devitalizzante senza benessere, né scopo, né vivacità.
In Italiano possiamo tradurlo con “languire”, che secondo il Vocabolario Treccani significa “essere privo di forze, essere in uno stato prolungato di abbattimento fisico” oppure “venir meno, scemare, indebolirsi perdendo intensità”.
Ciò che molti individui provano in questo momento, in particolare come reazione al periodo di pandemia così prolungato, non è depressione o tristezza ma mancanza di gioia e di scopi.
Nel suo articolo per The New York Times, Adam Grant, uno dei più autorevoli psicologi americani e docente alla Wharton Business School della University of Pennsylvania, sostiene che tale stato di malessere è presente nella popolazione statunitense molto più della Depressione Maggiore e come la persona che si trova in questo stato non riesce a percepire che sta lentamente cadendo nella solitudine, e nemmeno il fatto che a poco poco si ritrova immersa nell’indifferenza della propria indifferenza, senza una consapevolezza rispetto a ciò che le sta accadendo.
Il pericolo è che questo stato di malessere rischia di passare inosservato, perché non comporta particolari sintomi, ma è uno stato che gradualmente “ spegne” le persone e ne distrugge le loro motivazioni, le funzioni e le loro capacità personali.
Il languishing in Italia è un termine utilizzato in modo forse un po’ improprio perché, o è traslato dalla cultura americana a quella italiana, o viene menzionato in relazione ad altri disturbi (quali ad esempio il disturbo bipolare), ma di cui il collegamento non ha evidenze scientifiche.
In questo momento non ci sono molte ricerche italiane che approfondiscono questo stato emotivo e lo correlano con il periodo pandemico.
Alcuni spunti interessanti provengono da ricerche più settoriali, finalizzate a esaminare il rapporto tra languishing e Disturbo Post Traumatico da Stress riguardo alla pandemia. E’ stato rilevato che, nella primavera del 2021, le persone colpite dallo stato di languishing in Italia probabilmente erano tre volte di più di quelle cui era stato diagnosticato il Disturbo Post Traumatico da Stress.
Senz’altro, però, è utile riflettere sull’utilizzo di tale termine, poiché non è infrequente incontrare persone che si trovano in questo stato di progressivo appiattimento dovuto a un impoverimento di stimoli e di relazioni sociali che l’avvento del Covid-19 ha comportato.
E’ necessario evitare di fare confusione e porre l’accento sulle differenze tra personalità depressiva, disturbo depressivo e languishing.
Quando si parla di depressione si può far riferimento sia a una personalità depressiva sia a un disturbo di personalità; mentre nel caso del cosiddetto languishing si parla di stato emotivo.
Nel caso della persona con una personalità depressiva, l’affetto caratterizzante è questa grande e palpabile tristezza che la caratterizza e, anche nei casi in cui non si sente particolarmente giù di tono, trasmette all’altro comunque una “profonda malinconia interiore” (Mc Williams N., La diagnosi psicoanalitca, Astrolabio Ubaldini, Roma, 2011).
Un aspetto centrale di una struttura depressiva sta nel fatto che si è profondamente convinti, spesso inconsapevolmente, di essere intrinsecamente distruttivi e, quindi, di essere meritevoli di rifiuto e anche di averlo provocato. Oppure, dall’altro lato, si è convinti di essere sempre inadeguati, desiderosi dell’affetto degli altri ma condannati a una vita di delusione, perché non ci si sente voluti né meritevoli di amore.
Le persone con questo stile di personalità si possono sentire vuoti, soli e deboli e sentire che la loro vita è incompleta e priva di significato.
Per quanto riguarda il disturbo depressivo secondo il PDM-2 (Lingiardi V., Mc Williams N. La diagnosi psicoanalitica. Seconda edizione riveduta e ampliata, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2020 ) chi ne soffre, oltre a caratterizzarsi per una disposizione a sentirsi in colpa e/o provare vergogna, è colpito anche da sintomi vegetativi (quali il rallentamento psicomotorio, mutamenti dell’appetito, disturbi del sonno e diminuzione del desiderio sessuale o del piacere sessuale) e dalla presenza di un affetto disforico (la persona si sente triste, inquieta, frustrata, tesa e irritabile).
Nel caso dello stato emotivo del languishing, invece, esso non sembra colpire esclusivamente persone con una struttura depressiva di personalità, né chi soffre di depressione, ma può invece caratterizzare persone differenti tra loro.
Nessuno è immune dal languishing tuttavia sono stati identificati dei fattori protettivi e dei fattori predisponenti. Le persone più abili nella gestione dello stress sarebbero meno inclini a “languire”, poiché meno predisposte a farsi sopraffare dagli eventi. Al contrario, soggetti con predisposizione genetica a patologie psichiatriche, o con precedenti disturbi d’ansia o depressione, sarebbero più inclini a sviluppare tale stato emotivo.
Anche i soggetti particolarmente estroversi potrebbero incorrere in questa emozione, poiché potrebbero risentire particolarmente delle restrizioni e all’assenza di socialità dovute alla pandemia.
Forse ciò che rende ancora più complesso il languishing è l’impossibilità di attribuire un nome, di riconoscere, e, di conseguenza, gestire, quest’ assenza di benessere.
Come nella gestione di tutte le altre emozioni, la consapevolezza di ciò che stiamo vivendo può aiutarci a farvi fronte, ad attraversare la tristezza, la rabbia, la paura, consci che ne usciremo, che finirà.
Adesso ci troviamo di fronte a una nuova sfida, connessa a quella affrontata sino a qui: si tratta della sfida della ripartenza, che non significa tornare al mondo così come lo abbiamo lasciato prima della diffusione della pandemia, ma imparare a coesistere con il virus, attraverso una lenta e graduale ripresa delle principali attività lavorative e sociali, senza mai dimenticare le precauzioni sin qui adottate.
Si tratta di trovare una rinnovata capacità di adattamento, non più all’isolamento ma alla convivenza con il virus, che richiede la capacità di essere flessibili.
 

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